Wednesday, 17 October 2012

Trial and Error



Ho disegnato le prime sei pagine del mio fumetto, quello di cui parlo già dal 2009 e di cui non penso di aver ancora rivelato il titolo.

È giusto fare il punto della situazione.

Dunque, a cavallo tra dicembre 2008 e gennaio 2009 sviluppo un concept con Alessandro Ferrari. Doveva essere un fumetto di genere, una crime story. Magari resa più originale della media grazie a un maggiore realismo col quale si sarebbe ritratto il contesto: la criminalità organizzata siciliana.

Era il momento di Gomorra. Il film e il libro stavano ricevendo una grandissima copertura mediatica, così ho pensato che forse ci si poteva spostare dalla Sicilia alla Campania per pure considerazioni di expoitation.

Il problema con la criminalità organizzata ben radicata sul territorio nella fiction è trovare il modo di introdurre il conflitto. Una faida o guerra di mafia che dir si voglia non era l’idea migliore: troppo altro il rischio di romanticizzare il mondo criminale (Romeo e Giulietta a Scampia? No grazie).

Raccontare la lotta alla criminalità da parte della polizia e/o magistratura?

Nemmeno. Il paradigma Indiani contro Cowboy è ridicolo e falso. Forse si potrebbe raccontare la difficoltà di portare avanti indagini in un contesto del genere, ma questo andava a scapito della prospettiva criminale che si era scelta.

Un lampo mi attraversa la mante: gli africani. Secondo Saviano la comunità africana di Castel Volturno è stata l’unica ad essersi “movimentata” contro la Camorra.

A dire il vero questa è una semplificazione rifiutata da altri tra cui Sergio Nazzaro, che però non ascrive nemmeno la “rivolta di Castel Volturno” ad uno scontro tra criminali Nigeriani e camorristi.

Ad ogni modo mi resta il pallino: i Nigeriani. Una prospettiva straniera sul mondo del crimine organizzato Italiano. Sono sicuro che Alessandro adorerà l’idea.

E infatti è così. Propone subito, in parte ispirato dai reportages di Fabrizio Gatti, di raccontare la vita degli immigrati clandestini nel Sud.

Anche se questo rappresenta non pochi problemi (chi viene in Italia per lavorare, magari con mezzi di fortuna, ha di solito poco a che fare con gli ambienti criminali come la Mafia Nigeriana), ma permetterebbe di allargare lo sguardo a una serie più vasta di problemi, spesso interconnessi.

Ok, fanculo la crime story e il genere. Raccontiamo la realtà, per quanto attraverso una storia inventata.

Proprio in questo momento scopro The Wire, e mi convinco di poter tentare la strada della narrazione “epica”: molti personaggi, diverse trame interconnesse, la creazione di un affresco imponente.

Per due anni scrivo e leggo, prendo appunti, raccolgo articoli, maturo contatti e mi ritrovo con un canovaccio molto lungo per una storia di circa 400 pagine, davvero ingestibile.

Per complicarmi la vita licenzio Alessandro quando mi accorgo che in questo folle progetto sto proseguendo su una strada mia senza mai consultarmi con lui (lui stesso se ne era accorto da un pezzo).

Nell’estate 2012 ho in mano le prime cento pagine di sceneggiatura.

L’idea è di cominciare a disegnare con la prospettiva di pubblicare on line a episodi di due o tre pagine alla volta.

Finalmente ho finito le prime sei .

E mi accorgo che ho sbagliato un sacco di cose.

Non solo in quelle sei pagine, ma in generale: ho fatto un bel po’ di scelte discutibili o deboli.

PAgo lo scotto di essermi imbarcato in un progetto troppo ambizioso in cui mi devo occupare di ogni aspetto, narrativo, stilistico e di ricerca.
Il modo in cui introduco i personaggi è debole o addirittura contraddice la loro personalità.

Anche lo storytelling visivo è zoppicante, alcuni salti tra una vingetta e la successiva sono poco chiari. Alcune scelte di prospettiva non aiutano il lettore a orientarsi nella scena.

Il dialogo cerca inutilmente di suonare naturalistico ma forse non è scorrevole.

Noproprio una Caporetto, ma nemmeno qualcosa di cui andare fieri.

Fare un fumetto tutto da solo richiede una varietà di competenze non indifferente: capacità di suscitare al curiosità di chi legge, chiarezza nell’esposizione (sia narrativa che visiva), sintesi, orecchio per il dialogo, saper distribuire le informazioni visive. Saper guidare l’occhio del lettore.

In sostanza sono tutti problemi di struttura, sia narrativa che visiva. Per meglio sviluppare queste capacità dovrei concentrarmi su piccole storie, per imparare a STRUTTURARE.

Con una storia lunga non so mai se il mancato disvelamento di una data informazione è una cosa buona (payoff sul lungo termine, maggiore realismo evitando di “far spiegare la storia ai personaggi”) o cattiva (il lettore non capisce nulla e si stufa a pagina 3).

Forse devo rivedere tutto.

E devo riscrivere Oniro come una serie di PICCOLE STORIE, concatenate s'intende, ma pensate come indipendenti. Ogni scena deve essere un’unità narrativa che al suo interno ha una introduzione uno svliluppo e una conclusione.

Dannazione.

Però non ho volgie di fermarmi, quindi mi sa che la pubblicazione online comincerà comunque.






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