Wednesday, 5 September 2012

69 Canzoni d'amore




Mi piace ascoltare dischi. Da piccolo mi piaceva sfogliare la collezione di vinili di mio fratello Fabio. Quando ancora non sapevo o non osavo “mettere su” un disco da solo sul costoso giradischi (sempre di mio fratello fabio), mi limitavo a osservare le copertine e fantasticare su che genere di musica poteva esserci dietro.
Le playlist personalizzate non esistevano, anche se era pratica comune creare i cosiddetti mix-tapes, se si amava la varietà bisognava comprare le compilation oppure ascoltare la radio, oppure trovare un baro o una tabaccheria con un Juke-Box (che non erano nemmeno così rari, ora che ci penso)
La porta per la musica per me è stata il cinema. Le memorabili melodie di John Williams per la “santissima trinità” (Guerre Stellari-Indiana Jones- Superman) mi hanno aperto le orecchie come Gesù a un sordo e presto sono diventato un avido ascoltatore di colonne sonore (avidità che col tempo è scemata) e anche questo ha contribuito a convincermi che la musica si ascoltasse ad “album”.
Quando Fabio si procurò il primo lettore CD attorno al 1987 o 88, a parte i riflessi arcobaleno sulla superfice a specchio del supporto , non credetti di essere di fronte a una rivoluzione, anche se passare in rassegna le piccole custodie non era la stessa cosa che sfogliare le grandi copertine dei 33-giri.
Eppure l’aumento dello spazio disponibile su un singolo disco cambiò alcune delle regole del gioco (un 33 -giri conteneva una volta 45 minuti circa di musica, contro i 75 di un CD).
Non posso dirlo con certezza, ma credo che la necessità di “riempire” il CD abbia spinto artisti e produttori a stipare di pezzi modesti degli album altrimenti più solidi e meglio concepiti.
Forse figlio della mia epoca frettolosa, io ho problemi quando un album esaurisce la carica dopo la terza traccia per regalare solo qualche emozione qui e la nei successivi due terzi della sua durata.
Oggi è diverso naturalmente e in fatto di musica POP sono diventato decisamente uno “shuffler”, e mi piace che il mio lettore mp3 salti tra un artista e l’altro liberamente, per evitare l’effetto noia.
Raramente mi capita tra le mani un album che mi piaccia dall’inizio alla fine, un album che alla fine di ogni brano mi faccia pensare: “adesso lo riascolto!” ma poi, mentre l a mano cerca il tasto SKIP BACK ecco che parte la traccia successiva e pensi “Ah, no prima ascolto questa!”
Mi succede con Aqualung dei Jethro Tull, Boys for Pele di Tory Amos, Ten Summoner’s Tales di Sting ad esempio (cover album e colonne sonore sono ovviamente esclusi da questo conteggio).
69 Love Songs dei Magnetic Fields
è uno di questi
Mi fu prestato da Alessandro Ferrari. Credo che lui se lo fosse procurato perché Neil Gaiman ha detto di aver scritto un intero story-arc di Sandman usandolo come sottofondo (al che mi chiedo come diavolo faccia ad ascoltare canzoni mentre scrive).
Ovviamente il titolo mi fece rabbrividire. Se c’è una cosa che mi ha tenuto per anni lontano dalla musica pop è proprio l’inflazione d’amore. Non si può cantare d’altro? (non è l’argomento a fare la differenza, ma l’esecuzione)*
Alcune note storiche da Wikipedia (uindi potrebbe essere tutto falso):
Stephen Merritt se  ne stava seduto in un piano bar gay a Manhattan (e qui ti vien voglia di andare in un piano bar gay di Manhattan solo per dire “Me ne stavo seduto in un piano bar gay a Manhattan") quando il pianista di turno si lanciò in una serie di interpretazioni di canzoni di Stephen Sondheim.
Ascoltandolo, Merritt capì che il musical (o il theatre revue) gli era congeniale e si mise in testa di scrivere cento canzoni d’amore come biglietto da visita. Si sarebbe esibito a teatro con quattro drag queen e il pubblico avrebbe scelto la migliore.
Il progetto però si rivelò fin troppo ambizioso e il cantautore “patteggiò” per 69 (che resta una cifra impressionante) (e credo che lasciò perdere anche l’idea delle drag queen) ma coinvolse la sua band (i Magnetic Fields) nel progetto. La cosa incredibile è che anziché centellinare un tale tesoro e vivere di rendita per i successivi 10 anni, il gruppo si è lanciato nella produzione di un TRIPLE ALBUM.
Considerazioni
I primi ascolti mi convinsero: mi sembrava un campionario di stili, un baule pieno di vecchi costumi, alcuni belli , altri meno. Non aiutava certo il fatto che sembrava registrato nella balera del mio quartiere con i microfoni a venti metri dai musicisti. Ma i lampi di grandezza che coglievo mi hanno spinto ad ascolti ripetuti, complice il fatto che dopo essermi copiato i CD, avevo restituito l’album ad Alessandro senza però aver copiato i titoli dei brani: non sapendo dove avrei ritrovato il brano che mi piaceva ero un po’ costretto a riascoltare tutto.
Poco alla volta la freschezza dei testi e la non comune vena melodica di Merritt, mi hanno conquistato e mi sono reso conto del prodigioso risultato.
Fa quasi incazzare ascoltare come il gruppo si sia sbizzarrito e “sprechi” per così dire idee sublimi, una dopo l’altra. L’album è prodotto in modo quasi spartano, gli arrangiamenti sono a volte più elaborati a volte molto semplici, anche se vivacizzati dalla performance divertita dei musicisti.
Non riesco a non pensare ogni volta che una tale miniera di melodie, testi e idee si meritava arrangiamenti più rigogliosi e un suono migliore.
O forse parte del fascino di questo album sta proprio nella sensazione che si ha di assistere a un esercizio di stile che non vuole prendersi troppo sul serio.
Non sto qui a fare una classifica dei miei brani preferiti, proprio perché questo è un album bello da ascoltare tutto.

PS: forse sarebbe una bella idea prendere 69 band o artisti di calibro e ri-produrre l’album con un cast “all-star”, lasciando che gli artisti re-interpretino i brani. Un assaggio di ciò che potrebbe diventare lo ascoltate qui (senza farmi distrarre dalla romcom)



*E comunque Merrit ha detto:  "69 Love Songs is not remotely an album about love. It's an album about love songs, which are very far away from anything to do with love".


Thursday, 28 June 2012

"Non abbiamo perso, abbiamo non vinto".









Involontario nonsense di Pierluigi Bersani, attuale (non si sa per quanto) segretario del PD, commentando i risultati dei ballottaggi delle amministrative.
Quando si perde una competizione si è sempre tentati di negare. Forse é un modo per gestire in modo non conflittuale le conseguenze psicologiche della sconfitta e per risparmiare energia.

La frustrazione che nasce dalla sconfitta genera rabbia e sentimenti che voglio censurare a più livelli. Un po’ perché mi è stato insegnato che arrabbiarsi non è bene. Un po’ perché la rabbia può portare allo scontro, che però spaventa e richiede un dispendio non indifferente di energie.

Meditare sulla sconfitta potrebbe mettere in discussione il mio approccio alla competizione e alla vita; comprendere i miei errori potrebbe costringermi a cambiare, il che comporterebbe un dispendio di energie.

La sconfitta pesa anche sulle aspettative deluse. Se si carica la vittoria di speranze, sogni, conseguenze e significati, il suo mancato conseguimento non mette in discussione solo il nostro passato, ma anche il nostro futuro.

Rifletto su queste cose perché ho perso.

Il concorso era il FOCUS STRIP AWARD, una competizione biennale indetta dal settimanale FOCUS (inserto di Knack/Le Vif). Non credevo che sarei stato selezionato, ma quando è successo (a quanto pare ci sono stati 10 selezionati su un totale di circa 100 candidature), ovviamente ho sperato di vincere.

Al di la delle tattiche (rivelatesi inutili) per vincere il premio di consolazione, aver mancato il primo premio mi ha seccato. E di conseguenza ho cominciato a "razionalizzare" e a riflettere sulla sconfitta.

La riflessione è stata utile, perché mi ha permesso di imparare.

VINCERE UN PREMIO ARTISTICO È DIFFICILE. Dipende certo dalla qualità del lavoro, ma in larga parte dalla giuria. Il corollario è che per facilitare la vittoria, bisognerebbe conoscere la giuria e cercare di fare il lavoro che possa piacergli maggiormente. Io e Peter non abbiamo partecipato con questo intento. Avevamo un fumetto di un certo tipo e abbiamo inviato quello. Non ci importava di essere alla moda o di ingraziarci la giuria. In questo senso solo l’essere selezionati è stato già un risultato.

Non abbiamo partecipato per vincere, o meglio, non abbiamo studiato la strategia a tavolino, abbiamo semplicemente presentato qualcosa che ci sembrava valido, consci anche dei nostri punti deboli.

(chi ha vinto ha presentato un fumetto che richiede meno lavoro dal punto di vista grafico, che lo abbiano premiato anche in vista della futura collaborazione con la rivista?)

E anche se avessimo fatto il possibile per "piacere" alla giuria, questa avrebbe potuto sempre preferici un altro concorrente.

Più che la nostra strategia, forse dovrei rivedere quell’altra cosa di cui parlavo: le aspettative che riponevo nella vittoria.

Mi avrebbe fatto diventare un "professionista" a tutti gli effetti ma devo anche ammettere (e lo dico davvero, non per sminuire la sconfitta) che ci sarebbero stati non pochi grattacapi: la vittoria avrebbe anche comportato l’onere di produrre una tavola alla settimana. Quasi impossibile senza lasciare il lavoro, cosa che ora non posso fare.

Ma ammettiamo pure la bruciatura. Ammettiamo pure la sconfitta, il fallimento, il disastro: perché sarebbe dovuta andare diversamente? Voglio dire: la giuria ha tutto il diritto di esprimere il vincitore che preferisce. Se non sono io… che ci posso fare?

Ecco. Sono contento di aver riflettuto ed elaborato su questo episodio e sono sereno.

Alcune parole sulla serata della premiazione: la mostra organizzata al museo del fumetto è bella. Le mie tavole erano presentate decorosamente, e sono tra le poche ad essere degli originali e non delle stampe digitali. La "cerimonia" stessa è stata invece una delusione. La disposizione spaziale delle persone, la difficoltà di gestire l’evento in modo bilingue, il collegamento Skype malriuscito con uno dei giurati, l’assenza di microfoni: terribile (sembra va organizzata da Italiani).

Non ho fatto comunella con gli altri autori e me ne pento un po’, ma ho passato gran parte del tempo con Peter, lo sceneggiatore, che conosco molto poco e con cui era doveroso fare una bella chiacchierata.

Chi lo sa. AUM potrebbe comunque avere un futuro.

Vi terremo informati.

Wednesday, 20 June 2012

No Excuses

Mi pareva che ci fosse una canzone che si chiamava così.
E in effetti c'è;, ma è degli Alice in Chains e dubito di conoscerla. Probabilmente la canzone che ho in mente io è un'altra che contiene la stessa espressione.

Il titolo del post siannovera nella categoria "buoni propositi/auto-redarguizioni".

Le scuse che non mi è permesso di usare sono la mancanza di tempo e di sapzio.

Bisogna scrivere e disegnare ogni giorno. Perché lo dice(va) Ray Bradbury:

"You have to write!" he would tell people. "You have to write every day! I still write every day!"

La citazione viene da un articolo di Nail Gaiman, che in numerosissime altre occasioni ha ribadito lo stesso concetto a tutti gli aspiranti scrittori.

Io non voglio essere uno scrittore, ma un fumettista, il che non mi esime dalla pratica quotidiana dello scrivere. Al contrario: mi impegna doppiamente a scrivere e a disegnare ogni giorno.

Nel libro/conversazione tra Eisner e Miller (autore quest'ultimo con sui ho dei probelmi ma che non si puó non amare proprio per questa bellissima pubblicazione), il vecchio Frank cita l'importanza dell'acquisizione di una disciplina: disegnare un certo numero di ore, sempre uguale, tutti i giorni.

Ancora questa mattina riflettevo sul perché ho sempre desiderato dare l'illustratore/fumettista. Non perché è un lavoro "figo" o "facile" (Dio sa se è difficile), ma perché se voglio anche poter vivere, avere relazioni umane significative, poter andare dal barbiere, fare la spesa, giocare coi miei figli, andare al barbecue dei vicini  e ogni tanto persino svagarmi, ecco allora devo poter disegnare durante le ore di lavoro.

Non solo: gli unici problemi  che mi sento a mio agio nel risolvere sono quelli del disegno
Qualunque altro lavoro presuppone un insieme di competenze che posso solo fingere di avere.
Davvero. La responsabilità di fare bene il mio lavoro è resa più pesante dalla paura che qualcuno prima o poi scopra che sto fingendo, che non sono un vero tecnico di computer, così come non ero un "vero cameriere", o un "vero camionista". Ci sono capitato in questi ruoli e ho cercato di recitare la parte al meglio.

Fino a quando non sarò un disegnatore professionista, dovró fare tempo per la pratica quotidiana e questo comporterà dei sacrifici.

Questi post sono un aiuto in tal senso. Mi sono accorto che scrivo male e ho il sospetto di parlare male e di conseguenza di pensare male.
Utilizzo troppo facilmente locuzioni o espressioni d'uso comune. Esagero nel tentare di creare un tono colloquiale nella mia prosa infarcendo i periodi di "dunque", "quindi", "poi" seguiti da virgole o punti di sospensione (bleah)

Che il blog diventi una palestra affinché io possa raggiungere uno stile chiaro e scorrevole e una mente agile e acuta.

Wednesday, 13 June 2012

Il Paradigma di Cenerentola

Un po’ perché di cose da dire ne avrei, un po’ perché scrivere è una disciplina pari a quelle sportive e senza allenamento non si migliora, scrivo un post.

Invece di tediarvi con resoconti noiosetti sui miei viaggi, ho deciso di tediarvi con un editorialetto.

Ho letto recentemente che negli Stati Uniti un gruppo di consumatori ha vinto una causa contro la Danone perché reputano ingannevole la pubblicità che decanta i vantaggi dell’Actimel o dell’Activia per il sistema immunitario o l’apparato digerente.

Notizie di questo genere sembrano sempre e solo arrivare dagli Stati Uniti. Forse laggiù le associazioni dei consumatori sono più forti, o forse noi Europei cauuse del genere nemmeno le intentiamo perché ci piace pensare di essere sufficientemente smaliziati da non credere alla pubblicità.

Solo un Americano può incazzarsi perché una pubblicità mente; un Francese, un Tedesco o un Italiano no.

È davvero così semplice? Se fosse vero le pubblicità in Europa sarebbero molto diverse da quelle d’oltreoceano, eppure non è il caso.

Ma non è sulle differenze congenite (se ne esistono) tra le popolazioni ai due lati dell’Atlantico che voglio parlare, ma della retorica negli spot e altri mezzi di comunicazione. Sono certo che esistono numerosi saggi e libri al riguardo, anche di stampo divulgativo, ma sono troppo pigro per ricercarli ora. Tuttalpiù fatelo da voi e mandatemi commenti.

Voglio solo condividere alcune riflessioni.

La prima volta che ho cominciato a rifletterci è stato forse 15 anni fa: il mio caro amico Cesare mi raccontò che un suo (illuminato, aggiungerei io) professore fece notare alla classe come la quasi totalità degli Spot televisivi facesse uso di immagini (implicitamente, esplicitamente o subliminalmente) sessuali.

Alle volte è chiaramente una bella ragazza in abiti succinti la cui espressione sotto la doccia è chiaramente quella della goduria, alle volte sono immagini dissimulate: simboli fallici, penetrazioni di oggetti e altre amenità. Non sono più riuscito a guardare una pubblicità di un gelato allo stesso modo.

Per un po’ è stato un sport divertente, "trova il messaggio subliminale", poi mi sono reso conto che si vinceva facile. Tutta la pubblicità (e non solo quella) funziona con questo stratagemma.

Mi sono anche reso conto che la pubblicità non titilla solo la libido, ma ricorre comunque ad archetipi ben definiti e conosciuti. Tra i più comuni c’è il paradigma di Cenerentola e della Fata Madrina: ana donna/mamma/ragazza, ha un problema di capelli grigi/sporco/mestruazioni ed ecco arrivare la soluzione magica. Alle volte portata in mano da una vera e propria presenza magica (la donnina viola del Vanish, o l’uomo attraente del Dash che sbucano da non si sa dove). Con il loro prodotto miracoloso la protagonista passa dalla miseria alla felicità (lo stesso paradigma è usato in decine di format).

Ci sono anche altri archetipi. Se avete dimestichezza coi miti o le favole (o con Jung) li scoverete da soli facilmente.

Ovviamente alcune campagne pubblicitarie sfuggono queste classificazioni. Ci sono quelle tutte buttate sul prezzo e sui soldi, altre rivolte ad esempio un pubblico di più elevata scolarizzazione (di solito per vendere beni di lusso) e pensati per chi guarda la TV molto selettivamente.

Mi ricordo una bellissima pubblicità Mercedes-Benz dove un automobile ferma su un palco di qualche Teatro d’Opera, veniva illuminata e circondata da macchine scenotecniche in modo da dare l’illusione del movimento. Il tutto condito dalle note di qualche nota Ouverture.

Ovviamente era uno spot pensato per essere apprezzato da gente che quell’auto poteva anche permettersela. Ad ogni modo l’impatto visivo e sonoro era notevole.

Altre pubblicità d’auto, pensate per un pubblico più giovane, sono un profluvio di effetti speciali: le auto volano, diventano robot, vanno sott’acqua.

Se ci si ferma a pensare un istante si capisce che è assurdo. Perché convincermi a comprare un’auto mostrandomi quello che l’auto non sarà mai in grado di fare?

Proprio questo motivo la pubblicità è stata nel passato bersaglio di numerosi comici ma i tempi cambiano e oggi sembrerebbe persino stupido costruire delle stand-up routines attorno all’assurdità degli spot: lo sappiamo tutti che il profumo Axe non farà realmente cade le donne ai tuoi piedi (chissà se negli Stati Uniti non si possa fare causa).

Beppe Grillo (prima che diventasse quello di oggi), lo aveva riassunto molto bene anni fa parlando di Berlusconi e di come il suo personaggio e il suo linguaggio fossero "pura emotività" come quello delle pubblicità.

La cosa però che mi ha colpito dopo tutti questi anni di decostruzione è come la semplice consapevolezza delle tecniche retoriche utilizzate ha disinnescato la loro efficacia su di me (almeno credo).

Quando si comincia a spostare l’attenzione dal contenuto (che cosa vende questo spot) alla tecnica, ecco che tutto diventa miracolosamente chiaro. Certo, l’impatto emotivo resta. Uno spot ben costruito si imprimerà comunque nella mia mente così come un bel paio di tette su un cartellone pubblicitario continueranno a richiamare la mia attenzione, ma poi il cervello interviene e mette le cose al suo posto.

Come gli occhiali del film Essi vivono (di John Carpenter, 1988), grandiosa metafora dell’era reaganiana (che però non ha inventato né il consumismo né questo modo di comunicare, semmai li ha eretti a valori).

Basterebbe poco per rompere il giocattolo: educare le persone sin dall’adolescenza a "smontare" la comunicazione. Non servono mica lauree.

Se ricordo correttamente le lezioni di filosofia del professor Gargiulo tuttavia, armare le menti giovani contro le tecniche di persuasione e affinare il pensiero logico era già una preoccupazione di Socrate.

Non mi pare che siano stati fatti molti passi in avanti.

Tuesday, 12 June 2012

La Banda di Vitalski



Eccomi a ricominciare il blog per l’ennesima volta.

Che ci volete fare, nei ritagli di tempo prefersico poltrire.

Ci sarebbero un mucchio di cose che meritano un update. Tanto vale cominciare da una qualsiasi.

Domenica 3 giugno mi sono recato ad Haarlem, Paesi Bassi, in occasione delle giornate delle annuali "Giornate del Fumetto" (Stripdagen)

La particolarità è che ci sono andato in qualità di disegnatore, sedendomi per la prima volta "dall’altra parte del banchetto". Nulla di trascendentale, per carità.

Il libro "Het Vrouweneiland" ha venduto poche copie dalla sua pubblicazione e pochi erano interessati a conoscere le novità della casa editrice XTRA che lo ha pubblicato, ma è stato divertente, anche per la piacevole compagnia di Vitalski, Dimistri "JangoJim", Jan-Bart(che come molti altri mi consiglia caldamente Braking Bad, che dovrò cominciare a vedere), Tony e Bert.
La visita è durata poche ore (sono quasi stato più in macchina tra andata e ritorno) e lo scopo, a detta stessa di Vitalski, era di farci vedere dall’editore par assicurarci future pubblicazioni (tra cui, spero, l’avventura del Professor Lasson che sto disegnando).
Comunque è stato bello brattare ulteriormente delle copie del libro con i miei disegnini e fare un paio di ritratti a richiesta di due ragazzini, un fratello e una sorella, che stupidamente non ho fotografato. Allego però altri scarabocchi coi quali mi sono divertito quel giorno.

Monday, 19 March 2012

Sigà-Sigà - Il diario - Parte 5



Ok, pagina 37 del secondo capitolo, ovvero pagina 62 su un totale di 105.
Sopo la prossima pagina avrò superato la metà.
Non solo: ho i breakdowns di tutte le prossime pagine (salvo forse una decina) compresa una buona parte dei dialoghi.

Eppure è il momento di una pausa.

Francis Ford Coppola suggeriva a un giovane George Lucas di scrivere senza fermarsi e senza paura. Se ci si incaponisce su ogni scena per renderla perfetta prima di passare alla successiva non si finirebbe mai nulla. (1)

L'importante in una prima stesura non è centrare l'obbiettivo in pieno. L'importante è arrivare vivi alla fine.(2)

E poi il mio mantra che da il titolo a questi post (3) non mi chiede nulla di più che una pagina al giorno. Visto che ora ho addirittura i breakdowns, dovrebbe essere tutta discesa no?
No.
Ho infatti paura di stare proseguendo "for the sake of momentum" per citare (male) Aimee Mann.
Momentum non ha una traduzione efficace in italiano, sta a indicare una specie di stato nel quale la creatività e l'impulso a realizzare qualcosa sono maturi. Sapete, quando senti l'ispirazione.

Solo che più che seguire un impulso creativo certo, quello che ti fa sentire troppo lento quando digiti sulla tastiera mentre cerchi di tenere la velocità del treno dei tuoi pensieri, stavo unicamente spingendo il mostro giù per la collina nella speranza di vederlo arrivare a fine corsa.
La cosa mi stava lasciando l'antipatico retrogusto di qualcosa tirato via.

Insomma procedevo per procedere (for the sake...)

Non si può tirare via. D'accordo che c'è sempre modo di rivedere le cose, ma non si possono prendere scorciatoie.

In un intervista il drammaturgo Aaron Sorkin dice (più o meno) che il momento buono per scrivere è quando puoi proseguire senza fermarti a pensare troppo perché ciò che esce dalla tua penna suona giusto.

Mi è allora divenuto chiaro dove si annidano gli ostacoli.

PRIMO - Non conosco tutti i personaggi. Sarà che sono uno sceneggiatore alle prime armi e dunque pigro, ma non credo che per scrivere una storia si debbano conoscere vita, morte e miracoli acnhe dei personaggi che compaiono in una sola vignetta.
Non è un peccato farlo, ma di non scrivere nulla finché non ho trovato una backstory per "Carabiniere 1" la trovo una ridicola scusa (Umberto Eco non la pensa come me, si rileggano le sue Postille a Il Nome della Rosa)
Però è anche vero che non ci si può astenere dal conoscere almeno un po' cosa CERCANO, VOGLIONO o COME REAGISCONO tutti quei personaggi che si vedono in più di due pagine (mi sembra una soglia adeguata).
Per diversi motivi. Da una parte c'è il rischio che il lettore capisca anche solo intuitivamente, che i personaggi siano unicamente funzionali al plot, di conseguenza non credibili. L'esito paradossale è che il plot stesso perde di credibilità.
Non si possono però basa re le motivazioni dei personaggi, le loro reazioni o atteggiamznti unicamente su se stessi (cosa farei IO? come reagieri IO?)
Si finisce con l'avere un cast di replicanti.
Non si può procedere a caso: i personaggi sarebbero schizofrenici.

Dunque bisogna conoscerli almeno un po'. così possiamo immediatamente giudicare se il dialogo o l'azione sono appropriati o no.

Non solo: questo materiale può addirittura fornirci QUALCOSA di cui far parlare i personaggi, in modo da poter arricchire l'affresco di dettagli mentre si fa avanzare la trama.

Chi lo sa, dopo anni di pratica e a patto di avere un ottimo spirito di osservazione, si può scrivere un bellissimo personaggio secondario di getto, confidando solo sui ricordi di persone incontrate, sul proprio umorismo e gusto per le parole, ma non posso assolutamente pensare di essere da quelle parti.

SECONDO - Ora che il telaio è pronto, che so qunte pagine mi servono, quali personaggi e quali scene, è ora di tornare alla documentazione. Non si scappa. Anche anche la documentazione pu`essere usata come scusa per non avventurarsi nel plot, ma un lavoro come il mio (che SI NUTRE di fatti) deve mantenere un piede fermo nella realtà.

Mi piace pensare che almeno un primo OUTLINE, se non una prima stesura, possa fare a meno della documentazione. Che è importante concentrarsi sulla struttura e sul plot, anche per facilitare il lavoro stesso di ricerca, rendendolo più mirato sulle effettive esigenze della storia, PERÒ: ho raggiunto un punto dove la documentazione DEVE farsi sostanza del PLOT, dell'AZIONE e dei DIALOGHI.
Se la documentazione non fosse così necessaria al completamento della sceneggiatura allora la mia storia potrebbe benissimo abientarsi in un altro paese o in un altra epoca. Lo sfondo sarebbe elemento accidentale e finanche trascurabile.

Invece io sto scrivendo questa storia proprio perché DI QUESTO PAESE E DI QUESTA EPOCA.
La ricerca fatta finora si è dimostrata perlomeno sufficente a mettere in campo tutti gli elementi e sostanzialmente TUTTO IL PLOT del primo volume, ma ora tutti quei dettagli o buchi che pensavo di sistemare con una REVISIONE GENERLAE si rivelano ESSNZIALI.

Quindi è ora di rileggere appunti e libri da capo e di compilare le schede dei personaggi che mancano.

A preso.

Note
(1) Questo lo cito a memoria dalla biografia di Goerge Lucas scritta da John Baxter. Non un gran libro, ma almeno nella prima metà assai succoso

(2) Questo lo diceva più o meno Stephen King in IT, ma non trovo la pagina...

Wednesday, 29 February 2012

Sigà-sigà - Il diario - Parte 4




Oggi celebro una cosa importante: Ho un outline completo.

Nei tre anni di appunti, idee, scopiazzamenti, scritture e riscritture il mio soggetto per *CENSURA* è cresciuto come una persona affetta dalla sindrome di Proteo.
Al di là del legittimo sospetto che questo progetto sia in realtà un modo di baloccarmi senza mettermi al lavoro davvero su qualcosa di serio e FATTIBILE, il problema di una storyline estesa e ambiziosa come quella di *CENSURA* è non perdere la bussola, specialmente se si è alle prime armi.

Avevo paura di aver allevato una creatura deforme, con bubboni e metastasi da una parte e magari focomelica dall'altra.
Ho cercato di lavorarci come avrei fatto con la creta, aggiungendo massa (anche tanta) ogni volta che lo ritenessi necessario, senza curarmi dei dettagli.

Ho composto il mio outline usando "pezzi" che io chiamo beats (termine mutuato dagli scrittori per la TV, anche se i loro beats sono una cosa un po' diversa).
Ogni beat è una scena o un passo in avanti nel plot.
Lo ho addirittura organizzati come una bulleted list.

Nelle mie intenzioni il plot deve funzionare come una di quelle installazioni "a catena", dove un manico di scopa, fa cadere una sedia, che fa scattare una leva, che fa cadere una palla e così via.
Anche se non si tratta di un thriller o di un giallo, ogni beat deve avere il suo posto, la sua ragion d'essere nella storia d'insieme, in modo che niente sembri arbitrario, anzi, che si cotruisca lentamente e inesorabilmente un senso di inevitabilità nella storia.

Ora li ho tutti.

Sono solo lo scheletro della storia. Non spiegano tutto (specialmente NON la psicologia dei personaggi), però ogni avanzamento nella vicenda è lì.
dsono certo che questo scheletro rivelerà ancora dei difetti. Forse il continuo lavoro di documentazione inciderà non solo sui dettagli ma anche su alcune "grandi linee", ma mi dà una certa soddisfazione vedere di aver creato qualcosa che funziona.
La reazione a catena procede finalmente ininterrotta.

Ora mi occorre una pausa per far decantare il lavoro. Me la stampo e poi me la leggo tra UN MESE. Non prima. Ho bisogno di distaccarmici.

Può essere che continuerò a sceneggiare; sono arrivato a pagina 36.
Il che significa, se rileggo il mio posto di "una pagina al giorno" che mi ero dato il 22 settmbre 2011, che sono una chiavica.

Posso scusarmi nei seguenti modi:

1) Ho riscritto le prime 25 pagine almeno due volte.
2) Anche se le pagine sceneggiate sono solo trentasei, ho i break-downs (una specie di lista della spesa di quante vignette e/o battute conto di avere in una pagina, al netto della descrizione e non formattate) anche per le prossime trenta.

Sceneggiare il secondo capitolo si sta rivelando impegnativo specialmente per questioni di lunghezza: ci sono un sacco di scene, bisogna introdurre un sacco di concetti e personaggi e cerco di tenere un ritmo molto sostenuto (pure troppo, temo, ma potrei sbagliarmi). Inoltre devo ancora fare i miei compiti, ovvero implementare (che prutta parola, vero?) la documentazione nell'azione e compilare dei profili per i tanti personaggi secondari che appaiono in questo capitolo.

Ciò che mi motiva in questo (a volte tedioso) lavoro è sapere che il terzo capitolo sarà tutta discesa. I beats del terzo capitolo sono piuttosto solidi e dettagliati, non ci sono digressioni e quadretti secondari e non richiede praticamente documentazione, potendo vivere di rendita dal secondo capitolo (che anche per questo è così difficile e cruciale: porta sulle spalle anche il terzo).

Ricordatevi questo ultimo paragrafo, quando piangnucolerò sulle difficoltà del terzo capitolo.

Vi voglio bene.

(l'immagine in testa non centra niente ma la trovavo spassosa. Grazie a JIM)

Wednesday, 18 January 2012

buon vecchio Hugh



Da qnni pensavo che Hugh Fleming fosse sparito.
Eccolo invece tornare (odddìo, queste sono copertine di 4 anni fa!) al pennello per illustrare le avventure di Indiana Jones...

Non sembra aver perso lo smalto...

Wednesday, 14 December 2011

Un sacco di cose (2 di 4)

La cosa che dovete fare è andre a votare per me:

QUI

Il fumetto AUM su cui vi ho tenuto aggiornati in passato è ora in lizza per il prmio STRIP AWARDS 2011 indetto dall acasa editrice belga Roularta, tramite l'inserto FOCUS.

Le prime quattro pagine del fumetto, con mia grande soddisfazione, sono state pubblicate (per quattro settimane al ritmo di una pagina alla settimana) sul settimanale Focus, si in lingua francese che in lingua Nederlandese.

Sinceramente disperavo di aver passato la selezione, e invece...

Il vero premio è quello della redazione, che da' la possibilità al vincitore di pubblicare un fumetto sul settimanale focus per un anno al ritmo di una pagina alla settimana...

Il premio dei lettori invece (quello per cui potete votare) credo che consista in una stretta di mano. Ma che diamine, vincere è bello!

A presto nuove!

Wednesday, 30 November 2011

Un sacco di cose (1 di 4)

Rieccomi.

Nel frattempo sono successe un sacco di cose.

La prima è Mina.



sia lei che sua mamma stanno bene ma è difficile adattarsi al cambiamento.
Ho vergognosamente dimenticato come erano le cose con Adam all'inizio, ricordo solo che una volta mi stavo disperando perché non riuscivo a calmarlo.

Non riesco a decidere come devo proseguire. Non mi va di lasciarmi andare a frasi sincere ma irrlilevanti per voialtri (e comunque, sì è bellissima, anche se quando fa gli occhi storti).

Mi piacerebbe far scrivere questo post ad Adam, sarebbe senz'altro più originale di me.

ccomunque anche lui sembra felice, no?



Questa foza della natura ci terrà occupati per un bel po', meno male che alcune cose le avevo già fatte prima. (continua)

Thursday, 27 October 2011

Sigà-sigà: il diario - 3



Eccomi di ritorno.
Ho finito la prima stesura delle primo capitolo.
Dovevano essere 15 pagine, speravo di poterlo condensare in 12 o 13, alla fine sono 25!
Ma ho una scusa: Sono 25 mezze pagine.
La questione è molto semplice: ho voluto attenermi per quanto possibile alla tecnica superbamente usata da Chuck Dixon suo Seven Block, ovvero: far corrispondere i cambi si scena con la fine di una pagina.
Il problema è che questo limite mal si sposava con il numero di vignette che certe sequenze richiedevano. Questo perché ho anche voluto fare mio il “credo” di Eisner per cui gli scambi di battuta all’interno di una vignetta devono essere limitati. Ci sono dei casi dove un botta e risposta di tre o quattro battute può essere condensato in una sola vignetta, specialmente in una storia lunga, per evitare improvvisi sbalzi di ritmo, ma il più delle volte non si dovrebbe fare.
Così mi sono trovato a infilare troppe vignette per pagina, una delle cose che come disegnatore detesto.
Certe scene che ho scritto, per quanto mi sono sforzato, non ho potuto asciugarle fino al numero necessario di battute per chiudere sempre a fin di pagina.
L’unica soluzione era riscrivere tutto da capo.
Lo so che Bill Sienkevitch può creare bellissime pagine da sedici (16!!) vignette, ma io non sono Bill Sinkevich (mai capito come si scrive) e poi qui sto cercando di usare un altro stile di narrazione, più vicino a Pratt, a Caniff o a… ehi! Caniff!



Le strisce!
Ma certo! Posso mettere le pagine in orizzontale.
Avevo cominciato a baloccare con l’idea del formato orizzontale per un motivo molto semplice. Credo che questo lavoro finirà sul Web. E gli schermi del computer sono orizzontali. Oh certo, oggi ci sono i tablet e gli smartphone, ma mentre questi possono possono essere girati in orizzontale o verticale a piacimento, gli schermi del computer sono fissi così.
Ho alcuni e-comics e detesto dover “scrollare” per leggere.
Ho osservato le pagine che stavo creando e mi sono accorto che quasi tutte potevano essere tagliate nel mezzo senza problemi (solo alcune richiedevano piccoli aggiustamenti, facilmente applicabili).
Oltretutto tagliando a metà e lavorando su formato orizzontale più piccolo, posso fare gli originali su fogli A4, con grosso risparmio sui prezzi di scansione!
A consolarmi arrivano anche Frank Miller e Will Eisner che nella loro conversazione parlano della necessità di saper sfidare il formato classico.
Il risultato è che adesso ogni pagina ha un numero agile di vignette.

Tuesday, 18 October 2011

Sigà sigà



Mentre cerco di capire se voglio un iPhone e quale (magari per poter postare più frequentemente), torno sull'argomento dell'ultimo post.

Il proposito della pagina al giorno ovviamente non tiene, ma non me lo rimangio.
La sceneggiatura prosegue, di pagine in progress ne ho già 15 (che poi è il primo "batch" che voglio disegnare proporre in giro), i dialoghi sono più o meno a posto, ma solo tre pagine sono davvero finite.

Ma si prosegue.

Ci sono cose che mi vengono molto facili, come capire di quali immagini ho bisogno e in che ordine, più difficile è cercare di avere un solo scambio di battute per vignetta (e infatti a volte cono cotretto a metterne di più), senza creare sequenze lunghissime (io vorrei che ogni pagina fosse una scena).
Ho capito però che le "pause" (vignette mute dove il ritmo del dialogo o di uno scambio rallenta) sono da usare con parsimonia. Un po' come i primi piani per Kubrick. Ce ne saranno meno di qunto pensavo.

Le voci dei personaggi cominciano a formarsi nella mia testa. Non so se i dialoghi siano particolarmente riusciti ma ho capito che inserendo tensione o conflitto si scrivono molto più facilmente.

Alle volte sembra noioso sceneggiare per se stessi: perché indugiare nella descrizione in prosa di una vignetta che io stesso dovrò disegnare? Ma ho raccolto la sfida e cerco di di farlo in modo preciso ma mantenendo le parole al minimo, un po' come si dovrebbe fare nella sceneggiatura di un film. Come suggerisce Mystery Man, voglio anche evitare a tutti i costi di scrivere "Vediamo" o "Si vede". Trattandosi però una forma narrativa che richiede immagini statiche può diventare un bel rompicapo, specialmente quando la composizione (chi è in primo piano, chi sullo sfondo, chi di spalle) DEVE essere fatta in un certo modo.
Per ora mi riesce, spero che diventi automatico.

Il bel disegno in apertura viene dal Blog di Julian Totino Tedesco.

Thursday, 22 September 2011

Diario

Una pagina al giorno, diceva il grande Akira Kurosawa (che io però conosco pochissimo e che dovrei studiarmi) e in un anno avrete una sceneggiatura di 365 pagine.

Non si può controbattere ad un'argomentazione così valida.

Allora questo sarà il mio diario. Si dice che aiuti tenere un diario quando si lavora a qualcosa.

Se tutto procede come deve, tra due settimane avrò il primo blocco.

La prima pagina è stata facile. La avevo già. Nella mia testa è anche già disegnata, in buona parte. Aiuta il fatto che mezza di questa pagina è semplicemente un "master shot", ma poi seguono altre quattro vignette, quindi come media siamo a posto.
Sono contento di essere siuscito a mantenere i dialoghi al minimo (non sono neanche dialoghi, sono frasi). E credo che la chiusura sul primo piano rabbioso di un carabiniere prometta bene.
Ho ancora un dubbio sull'unica ddascalia. Vorrei toglierla. Potrei sostituirla con un balloon di pensiero, ma il problema rimane. Vorrei fare completamente a meno delle dida (e delle nuvole di pensiero) per poter giocare più col NON ESPLICITO (o SUBTEXT come dice il grande Mystery Man), ma alle volte sono così efficaci per fornire una specifica informazione al momento giusto che non vorrei inutilmente chiudermi in un angolo. Il fumetto è letteratura e la parola scritta in dida ha un altro peso della famosa "voce off".

Al momento di disegnare, pure nella semplificazione alla Toth/Canniff/Pratt, devo stare attento che alcuni dettagli siano perfettamente chiari, come le tute o i cornetti, altrimenti non funziona.

Per il resto: Chiara M e Sergio N sono stati di grandissimo aiuto e grazie a loro mi sento di cominciare. Chiara mi ha messo un po' in difficoltà, ma non credo che la realtà delle redazioni ponga problemi alla storia, devo solo rivedere alcune delle mie idee ma la sostanza è intatta.

Sergio invece mi ha fatto capire che la mia idea per le tessere telefoniche regge senza problemi.
Poi va bé, mi ha raccontato del film Là-Bas e mi sono girate le palle.
Ancora un po' e anche un fumettista mi batterà sul tempo.
Cazzo.

Se non avete capito di che parlo, meglio. Comunque su quest pagina c'è poco da dire, è filata via liscia come l'olio.

Wednesday, 7 September 2011

Ben l'Oncle Soul

Mi permetto di portare all’attenzione dei miei lettori (cioé nessuno) questo disco del 2010 dell’artista francese Ben l’Oncle Soul.

Forse non l’ho mai confessato apertamente a nessuno, ma sono un grande ammiratore della musica Soul. Non a caso The Blues Brothers e the Commitments sono tra i miei film preferiti, e potreste regalarmi qualsiasi cosa uscita per la Stax, la Motown o la Atlantic negli anni '60 e non sbagliereste.

Eppure nell’ondata "motown revival" che ha seguito il successo della buonanima di Amy Winehouse, questo disco è forse una delle poche che mi sento di salvare davvero.
Sia inteso, non sono né un esperto di musica né tantomeno un ascoltatore avidissimo di pop, quindi questo revival può aver fornito di fatto validissime prove di cantanti o gruppi che mi sono perso, ma se devo basarmi su quello che passano le radio commerciali, allora penso di avere ragione.

Il disco (prodotto dalla filiale francese della celeberrima Motown, non di meno) è piuttosto generoso, ben 16 brani.

Canzoni in inglese si alternano a pezzi in francese, dando al disco un gusto sufficentemente eclettico anche se, con l’esclusione della cover di Seven Nation Army (brano che ha portato questo Artista all’attenzione del grande pubblico la scorsa estate) il disco sembra uscito direttamente dagli anni ’60(divertente anche il design interno e il look dei video, assolutemente vintage)

C’è dentro un po’ di tutto: dai Temtation a Sam Cooke, passando per Otis Redding e il sound della Stax. L’esecuzione dei numerosi musicisti è impeccabile, ma a brillare è soprattutto il cantante Benjamin Duterde, soave ed insieme energico al punto giusto, capace di interessanti modulazioni senza cadere nella facile trappola dei gorgheggi fini a se stessi.

Posto questo brano Petite Soeur, che me lo ha fatto scoprire e spinto a comprare il CD, consigliatissimo.

Monday, 5 September 2011

Michela Da Sacco: Alex Toth aveva ragione

Michela Da Sacco: Alex Toth aveva ragione: "Elimina quello che è superfluo e non necessario (BE LAZY)" "Rendi tutto credibile" "Impara come una cosa è costruita e non avrai difficol...

Thursday, 18 August 2011

La sindrome del Milanese

Sono settimane piene di attività.
Ne faccio un breve elenco:
• Preparare due fumetti per due diversi concorsi (fortunatamente avevo del materiale pronto, ma non finito)
• Arredare la camera della piccola in arrivo
• Proseguire il fumetto Prof. Lasson vs. de Weerwolf (titolo provvisorio) con Vitalski
• Preparare una lista di domande e poi porle a diversi consulenti per il progetto “O”
• Produrre alcuni disegni per il progetto Caligari di Fulvio Vanacore.

Ognuna di queste voci richiede che poi io faccia una serie di cose all’atto pratico.
Il mio libro di bozzetti è pieno di scarabocchi che dovrebbero aiutarmi, di fatto ho una mappa mentale di tutto quello che devo fare, il problema è la mancanza di tempo. Ma proprio Fulvio mi metteva in guardia contro la sindrome del Milanese. Si tratta di quello stato di occupazione cronica per cui si continua a dire a tutti che si hanno troppe (o comunque tantissime) cose da fare e che non ci si può mai fermare. Chi sviluppa questo atteggiamento rischia poi nei fatti di combinare poco o niente.
Fulvio non criticava chi ha tante cose da fare, ma chi usa questa nuvola di impegni come schermo per non dover mai fornire alcun risultato. Vuoi fare tante cose? Benissimo, falle! Ma poi non venire a raccontarci che ne hai troppe. A dire il vero credo che Fulvio intendesse (anche) qualcos’altro.
Secondo lui il Milanese con la sindrome in realtà ci gode ad essere sempre così indaffarato. Come se la sua identità fosse solida in proporzione con il numero di impegni sulla propria agenda. C’e una significativa differenza tra l’essere operosi e l’essere oberati.
Quindi faccio voto di essere operoso e di proseguire contento per la mia strada…

Tuesday, 26 April 2011

Friday, 15 April 2011

Ma quanto è bravo mio cugino

Cliccando sul titolo del post potete trovare un bel racconto poliziottesco di mio cugino Edoardo, che non pago delle sue molte qualità ("e suona pure 'o pianoforte" direbbe Troisi) si è messo a fare lo scrittore e gli riesce che è una bellezza.

Mi sa che lo scritturo...

Monday, 28 March 2011

La risposta

Caro Gianmaria,
hai il diritto e il dovere di scrivere una storia che ti sta a cuore,
quando lo fai con rispetto e umiltà e per dare una mano. Non ci sono
problemi, l'errore è quando si vuole favorire il proprio ego sul
sangue e il dolore degli altri. Quindi non importa dove sei nato e
dove vivi. Se studi il problema lo senti tuo lo fai tuo ci butti il
sangue per dare luce ad una storia, devi farlo! Tutto qua.
Quando le storie diventano noi ecco il problema, ma se mettiamo il
nostro lavoro la nostra bravura a disposizione delle storie sei sulla
strada.
Anche il fatto che ti poni questi interrogativi dimostrano che stai
sulla strada giusta. Quindi vai avanti e tienimi aggiornato.
Un abbraccio

Sergio

Thursday, 24 March 2011

Lettera a Sergio Nazzaro


Caro Sergio,
Sto leggendo in questi giorni “Io , per fortuna c’ho la camorra” (MafiAfrica mi aspetta dopo) Sono appena a metà. Mi sta piacendo molto.
Ma ho un problema. Una domanda che mi ha assillato, che ho cercato di reprimere e che tu nel libro mi risbatti in faccia.
Come ti spiegavo nella prima mail, sto lavorando ad una storia a fumetti (assieme ad un altro autore): la storia di un ragazzino nigeriano e di quello che avviene quando arriva in Italia.
Non vuole essere una denuncia o para-giornalismo ma vogliamo ritrarre in modo credibile lo sfruttamento dei lavoratori immigrati, la malavita africana insediata in Italia, la nostra malavita (anche se preferisco chiamarle economie criminali).
Sono due anni che conservo articoli di giornale, che raccolgo da youtube tutti i reportages o filmati che possono essere d’aiuto, che colleziono libri.
Continuo però a chiedermi: ma io ho il diritto di raccontare questa storia?
Sono nato e cresciuto a Milano. E anche se il mio era uno dei famosi quartieri dormitorio (l’orrendo Gratosoglio) che conosce il disagio, lo spaccio e l’abbandono, la mia famiglia mi ha tenuto sempre al sicuro da qualsiasi struscio con la “parte brutta del quartiere”.
Adesso vivo in un sonnacchioso paesino in Belgio.
Chi sono io per mettermi a scrivere e disegnare della raccolta di pomodori o arance, di Castel Volturno, delle discariche illegali, delle prostitute nigeriane, del traffico e dello spaccio di droga?
David Simon ha fatto il bellissimo The Wire (aridaje) dopo aver lavorato per dieci anni come cronista di nera in una delle città più violente degli Stati Uniti, dopo aver passato un anno “embedded” nella squadra omicidi di Baltimora e un altro anno a conoscere ed esplorare una singola piazza di spaccio.
Tu, da Mondragone, scrivi impietoso:

Parlare di Camorra senza vivere sul territorio è quanto di peggio possa fare l’informazione. Alla televisione il solito folklore del ragazzino in moto senza casco, la terribile parlata dialettale che non spiega niente, l’inquadratura di un palazzo grigio. Il solito lenzuolo bagnato di sangue. Qualche grande penna del giornalismo che scrive il suo diario dal fronte, per poi vivere comodamente a Roma o altrove.

Sì, ho contattato giornalisti, poliziotti o ex-prostitute. Spero di ricevere ancora suggerimenti per capire di che parlo ma io non sono né un giornalista né uno scrittore.
Come ne vengo fuori?