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Friday, 26 May 2023

Uncle Shin (sorry, this post è in Italiano)

Tempo fa ho pubblicato su questo blog alcuni schizzi raffiguranti vecchietti decrepiti dall'aria sinistra.
Erano una specie di riscaldamento per una breve storia che prima o poi conto di disegnare: un racconto nello stile dei vecchi fumetti della EC.




Una storia del genere richiede che si utilizzi il buon vecchio 'Zio Tibia'.
Ho ricercato informazioni su questo personaggio, nel tentativo di capire che origine ha avuto, ed ho così scoperto di aver sempre avuto le idee confuse circa la sua identità.

A mia discolpa posso dire che questa confusione non è dovuta alla mia pessima memoria, bensì alla strana vita editoriale, cinematografica e televisiva che Zio Tibia ha avuto in Italia.

Origini


Per chi non conoscesse la EC: è l'acronimo di Educational Comics e successivamente di Entertaining Comics, quando la missione "educativa" della casa editrice lasciò definitivamente il posto ad una diversa ragione sociale.

Nel gennaio del 1950 questo editore americano ha lanciato sul mercato The Crypt of Terror e The Vault of Horror, due serie antologiche che presentavano ad ogni numero una manciata di brevi storie del terrore.




I racconti erano a sé stanti, senza alcuna continuity (i fumetti Marvel di Lee/Kirby/Ditko & C. erano ancora al di là da venire) e non formavano una mitologia coerente. Unici trait d'union tra i racconti erano i grotteschi personaggi che comparivano nella prima e nell'ultima vignetta: the Crypt Keeper (il guardiano della cripta), the Old Witch (la vecchia strega) e the Vault Keeper (il guardiano dei sotterranei) che introducevano e commentavano, non senza sarcasmo o ironia, le vicende illustrate.

Anfitrione numero 1



The Crypt of Terror cambiò in seguito il proprio nome in Tales From The Crypt e con questo titolo resterà conosciuta e, come vedremo, onorata (l'esatto numero del cambio di testata non riesco a stabilirlo senza accesso agli albi originali degli anni '50)

Incoraggiato dal successo di queste antologie, Bill Gaines, editore capo, aggiunse nuovi titoli al proprio piano editoriale, come The Haunt of Fear e altre pubblicazioni sullo stesso modello, ma dedicate ad altri generi come la guerra, il crimine o la fantascienza (Two-Fisted Tales, Crime SuspenStories, Weird Science) senza contare quella che poi sarebbe diventata una rivista di culto: MAD - inizialmente chiamata Tales Calculated to Drive You Mad nello stile esuberante del suo ideatore Harvey Kurtzman.

L'insieme di talenti che Bill Gaines fu in grado di riunire fece di queste testate dei veri e propri gioielli editoriali, seppure sotto la guisa di luridi giornaletti di nessun valore; oltre al già citato Kurtzman basti aggiungere Jack Davis, Frank Frazetta, Wally Wood, Johnny Craig o Joe Orlando).

(nota: queste pubblicazioni all'epoca non approdarono mai in Italia, a conoscerle erano sopratutto amanti e storici del fumetto o conoscitori della cultura pop americana. Le prime traduzioni di queste serie sono apparse nel 1990 per le edizioni B.S.D. che però chiuse la collana dopo poche uscite.

I narratori


Non racconterò qui delle fortune e sfortune editoriali della EC (il clima censorio della metà degli anni '50 si tradusse nella chiusura forzata di quasi tutti i titoli delle EC, con l'esclusione dell'umoristico MAD) quello di cui voglio scrivere è la particolarità dell'uso dei "narratori" o anfitrioni in queste storie.

Scusate se la prendo da lontano. Il fatto è che da sempre noi esseri umani amiamo raccontare storie, o farcele raccontare, attorno al fuoco o illuminati dalla luce bluastra della tv in salotto; ancora di più amiamo quando queste storie ci spaventano.

Lo facciamo da così tanto tempo che oramai certi elementi del "racconto di paura", così come certe tecniche retoriche, si sono cristallizzati e codificati.
Alcuni esempi?
  • presentare la storia come realmente accaduta

  • arrivare a una conclusione sorprendente e inattesa

  • la presenza di una lezione morale, spesso esemplificata da un crudele contrappasso che attende per i protagonisti meno virtuosi

  • la presenza di un narratore o anfitrione (si vedano ad esempio televisive come Ai Confini della Realtà, Thriller o il programma di Vampira). 

Creepy, Eerie e l'editore Warren


Per circa un decennio la fortunata formula di Tales from the Crypt (storie brevi e sorprendenti  realizzate dalla crème degli autori di fumetti dell'epoca) non fu replicata.
Il mercato dei comic book nord-americano stava vivendo una trasformazione notevole. Uno dopo l'altro i vari generi come il fumetto rosa, western o di guerra, perdevano popolarità mentre la DC e sopratutto la Marvel fecero rinascere il genere supereroistico con vendite sempre più massicce.

Tuttavia, la crescente egemonia di questo genere finì per lasciare un vuoto per quegli amanti dei fumetti che poco si curavano di avventurieri in calzamaglia.

Ci pensò l'editore Warren con la sua rivista Creepy a raccogliere il testimone di Tales from the Crypt.



Redatta da Russ Jones e successivamente, per un lungo e fortunato periodo, da Archie Goodwin, Creepy nacque nel 1964, sfoggiando in copertina il proprio "parsonaggio narrante", vera e propria mascotte della rivista: Uncle Creepy (solo io sento un'assonanza tra Uncle Creepy e Crypt Keeper?)

Anfitrione numero 2


Nel 1965 Warren affianca a Creepy una rivista gemella: Eerie dove a fare da cerimoniere questa volta è un nuovo personaggio, Cousin Eerie (nome non particolarmente fantasioso, devo ammettere).

Anfitrione numero 3


L'atteggiamento sardonico e l'aspetto tetro dei personaggi è chiaramente una variazione sui vecchi narratori della EC comics. Si potrebbe chiamare un omaggio. Ma come abbiamo detto, l'uso di un tetro narratore per questo tipo di storie è un vero e proprio cliché consolidato.

Dovendo raccontare una storia del terrore, non amiamo anche noi illuminare il nostro viso dal basso e fare una voce gracchiante?

Molti illustri professionisti del mondo del fumetto, come Mark Chiarello, sono convinti che Creepy e Eerie siano state tra le riviste a fumetti di più alto livello mai prodotte, il che non sorprende, visti i nomi degli autori coinvolti: oltre a dei veterani di Tales come Davis o Candrall Reed, si trovano giganti come Alex Toth, Al Williamson o Howard Chaykin.

Creepy e Eerie sembrano anche aver coinciso con una crescente popolarità e rilevanza del genere horror al cinema, si pensi alle pellicole della casa di produzione inglese Hammer, o alla nascita dell'horror italiano che conoscerà una vera e propria fioritura creativa per il decennio seguente.

Così come la cronaca nera e le pubblicazioni scandalistiche, il crimine e l'horror sono sempre stati generi di facile presa, da Diabolik fino a Dylan Dog, passando da Satanik, l'horror o le serie 'nere' hanno conosciuto crescenti picchi di popolarità anche in Italia.

Forse anche per questo Arnoldo Mondadori (editore 'di libri' che però grazie al disneyano Topolino ha ricoperto un importante ruolo come editore di fumetti) decise di proporre in Italia per primo le storie della Warren.

Il 14 luglio 1969 uscì, per la prestigiosa collana Oscar Mondadori, guidata all'epoca da Mario Spagnol, Le Spiacevoli Notti di Zio Tibia (n. 221), seguito da Zio Tibia Colpisce Ancora (n. 305, del 4 luglio 1972) e infine da Mezzanotte con Zio Tibia (Oscar Mondadori n. 401, del 29 maggio 1974).




(quante bestie ha zio tibia -ia -ia -o)


La traduzione del primo volume fu a cura di Lydia Lax, a cui, in assenza di fonti migliori, devo attribuire l'indovinata traduzione di Uncle Creepy in Zio Tibia.

Cousin Eerie invece, per restare in tema 'osseo', diventò Astragalo, come l'osso del piede che si trova proprio sotto la tibia.

Al momento non so dire se tra gli anni '70 e gli anni '90 in Italia, altre storie della Warren possano aver visto luce altrove che nei sopracitati volumi, di cui il primo è stato recentemente ristampato.

Sangue a fiotti


Purtroppo, a perdere sangue tra gli anni '70 e la fine del secolo, più che le vittime degli efferati delitti di carta, fu l'editoria in genere, con una continua emorragia di lettori.
Complice anche un'inflazione galoppante dei costi di stampa, molte iniziative editoriali non sono riuscite a durare molto, nonostante l'Italia fosse e sia tutt'ora un paese dove le tirature fumettistiche restano piuttosto elevate rispetto alla media di altri paesi.

A proporre le store della Warren ci hanno pensato riviste della Max Bunker press, o riviste come L'Eternauta, Comic Art o Horror, almeno finché Eerie e Creepy non hanno chiuso i battenti negli anni '80.
Ma se il fumetto (d'orrore o meno) vedeva diminuire la sua popolarità, l'horror come genere era tutt'altro che defunto.

The Horror Picture Show


Penso di non dire una stupidaggine affermando che il principale motore della super-popolarità dell'horror, a partire dagli anni 80, è stato il cinema (e forse i romanzi di Stephen King?)


Non un grande successo, ma doveroso da menzionare in questo contesto, è Tales from the Crypt, un film a episodi che riproponeva abbastanza fedelmente alcune delle storie dai vecchi EC. Diretto da Freddie Francis (noto anche come spettacolare direttore della fotografia) per la inglese Amicus Production. 

Anche qui troviamo un 'crypt keeper' (questo il suo nome nei credits), che però non ricorda fisicamente quello dei fumetti e che nel film non si presenta mai come tale.

Anfitrione numero 4 (risparmiamo sul make-up)



Le cose cominciano a confondersi quando due numi tutelari dell'ascesa dell'horror ci mettono lo zampino: nientepopodimeno che Stephen King e George Romero.

I due infatti uniscono le forze nel 1982 per produrre Creepshow, un film antologico nella stessa vena di Tales from the Crypt e dichiaratissimo omaggio ai fumetti EC.

Anche in questo film non si rinuncia a un dispositivo-cornice a fare da collante tra i diversi episodi del film e anche qui incontriamo un narratore: The Creep, che compare dapprima sotto forma di pupazzo (a dire il vero assai poco mobile) per poi trasformarsi in un cartone animato.


Anfitrione numero 5


E quando l'estro "traduttivo" italiano ci si mette di mezzo ecco che the Creep (parola intraducibile che vuol dire allo stesso tempo qualcuno di sinistro, sospetto, strambo ma anche sfigato) diventa Zio Creepy, dunque di fatto un omonimo del personaggio della Warren.

Nel sequel Creepshow 2 (1987) il personaggio sarà interpretato da un irriconoscibile Tom Savini in uno dei suoi efficaci make-up.



Nel corso degli anni '80 film come A Nightmare on Elm Street o Venerdì 13, oltre a generare lunghe liste di sequel, diventano film popolari non solo tra gli appassionati del genere, ma veri e propri fenomeni di cultura pop. Dylan Dog (in controtendenza con il resto dell'editoria di fumetti) vede aumentare la propria tiratura numero dopo numero.

E proprio per assecondare l'arrivo dell'horror nella cultura mainstream, nel 1989, sull'emittente Italia 1 (proprietà di Silvio Berlusconi) debutta Zio Tibia, una trasmissione contenitore per film o telefilm dell'orrore.

Negli intermezzi prima dei film o tra le interruzioni pubblicitarie, questo pupazzone (animato maluccio, tra l'altro) si produce in una serie di freddure e giochi di parole che uniscono l'orrido alla commedia. Difficile capire se si tratti di un mero "omaggio" alla controparte fumettistica (ha un aspetto decisamente diverso) da cui prende in prestito il nome, o se invece sia inteso come un "adattamento ufficiale" del personaggio della Warren.

E non è solo, a fare da spalla anche un secondo pupazzo, chiamato Astragalo, proprio come Cousin Eerie nella sua versione italiana (ma anche qui: il nome è l'unica somiglianza)

A dire il vero la formula ricorda più che altro il già citato show di Vampira.

Anfitrioni numero 6 e 7


Vien da chiedersi se Italia 1 o i produttori del programma abbiano pagato i diritti per l'uso dei personaggi, o se forse non sia servito, giacché gli autori hanno fatto solo uso dei nomi italiani, così come tradotti da Mondadori (nel frattempo divenuta di Berlusconi anch'essa).

Ad ogni modo, sorvolando sulla qualità di questi interstiziali o sulla liceità nell'uso dei nomi (sull'utilizzo della formula c'è poco da dire, come abbiamo visto è un punto fermo del genere) questo è il programma grazie al quale ho fatto la mia personale conoscenza con Zio Tibia.

Ma la cosa più curiosa è il coincidere dell'apparizione italiana di Zio Tibia con il lancio di una trasmissione americana, solo un mese prima: il 10 giugno 1989 sul canale via cavo HBO, è andato in onda il primo episodio di una serie horror. Non una trasmissione contenitore, ma una vera e propria serie TV. Antologica. Si chiama Tales From the Crypt.
E ad aprire ogni puntata ci pensa un narratore.

Un narratore pupazzo:

The Crypt Keeper.

Anfitrione numero 8


Come già per l'omonimo film di Freddie Francis, molti episodi della serie sono adattamenti di  storie pubblicate dalla EC.
La contemporaneità della serie americana con il programma interstiziale su Italia 1 potrebbe benissimo essere stata una coincidenza: come già osservato, l'horror ha conosciuto una continua crescita di popolarità per tutti gli anni '80.
Solo che quando la serie HBO arriva in Italia, Crypt Keeper prende il nome di... Zio Tibia.


È possibile che chi ha tradotto la serie non sapesse distinguere tra i due personaggi, oppure che abbia voluto creare una continuità laddove non c'era per sfruttare il possibile ricordo che il pubblico italiano aveva con il personaggio della Warren e di Italia 1...

E così, per lo meno in Italia, i due personaggi sono diventati essenzialmente la stessa cosa.

Niente per cui strapparsi le vesti, per carità, ci sono destini peggiori, ma per lo storico che cerca di mettere le cose in fila si tratta di una piccolo garbuglio che sono contento di essere riuscito a sciogliere.


PS: Per la redazione finale di questo post, mi sono affidato tra le altre fonti, a questo articolo del 2007; accreditato ad un certo 'Undying': La storia di Zio Tibia (riordinando la cripta) | il Davinotti




Tuesday, 17 September 2013

Alberto Breccia





Alberto Breccia is one of the undisputed masters of Argentinian comics.
I must confess that if it weren’t for writer and friend Alessandro Ferrari, who suggested me to give a better look to the last Mort Cinder story (printed in an anthology collection that I lent to him!) I may have continued to consider him “one of the Argentinians”.
Breccia was a master of lighting and mood. Even if based on a very solid and “classical” drawing stile, his characters and backgrounds have a strong expressionistic look. He must also be remembered for experimenting a lot with mixed media techniques, comprising of photo collages, watercolors and zip-a-tones to create unique textures.
He has probably been a big influence on Frank Miller, both for themes (the final Mort Cinder story is a retelling of the battles of Thermopylae) and for the use of stark black and white contrasts.
An important collaboration in his life was with writer Héctor Oesterheld:  the duo collaborated on a number of series, besides Mort Cinder, and on the comic-book biography of Ernesto Che Guevara (co-illustrated by Breccia’s son, Enrique) which is generally considered the reason of Oesterheld’s disappearance in 1976.





Wednesday, 11 September 2013

Stephen R. Bissette




Sorry for the long hiatus.
Inkstuds.org is the blog that collects the interviews made by Robin McConnell on his show of the same name, on Vancuover radio station CitR. According to the program’s webpage “Inkstuds explores the underbelly of the comic world, interviewing some of today’s top creators. Inkstuds focuses on underground and indie comix from publishers like Fantagraphics, Top Shelf, Drawn and Quarterly and more. Each week, we interview a different creator to get their unique perspective on comix and discuss thier own interesting and upcoming works. No creator too big or too small to be interviewed. The talent interviewed, ranges from the legends of alternative comix, to some kid who has only put out a couple of mini’s, all with something new and interesting to share to the reading public.”

I’ve subscribed as soon as I discovered the site and these hour-long interviews have become one of the highlights of my web experience.
On the site you can also find an incredible archive of past interviews.
The show’s host Robin McConnell is sometimes a little too softspoken, but his knowledge of comics is pretty widespread (he must have a killer collection of books).

To me, one of the best interviews is the one to STEPHEN R. BISSETTE
Known mostly for his work on the SWAMP THING title during Alan Moore’s tenant, Steve Bissette has also been one of the "frontmen" of independent comics and spokesmen for creators rights in the 90s. He created and edited Taboo, a short-lived but very influential comic anthology where From Hell and Lost Girl made their debut.
A great lover of horror movies, Bissette later retired from both mainstream and independent comics (right after the outburst of the collector bubble)  and ventured in to the home video business , working for a video store he partially owned, right in time to witness the decline of the home video market too.
Bissette teaches now courses in Comic Art History, Drawing, and Film at Center for Cartoon Studies in White River Junction, Vermont.

Many many topics are touched upon in this two hour interview: creators rights and livelihood (here and in other interviews Bissette is not afraid to talk about a very mundane but very hard issue: payments), Steve Ditko, the media conglomerates, Robert Altman’s The Long Goodbye, John Carter of Mars, self publishing and more.



Be sure to check Bissette’s own site: it’s a goldmine.

And here’s an interesting compendium the the Inkstuds interview.



Wednesday, 27 March 2013

Aggiornamenti



Assente da un sacco di tempo.

Non me ne sono stato però con le mani in mano.

Ho terminato le matite (parola grossa), allora correggiamo.
Ho terminato i disegni preliminari per la storia (ancora senza titolo) del Professor Lasson contro il Lupo mannaro.

Per una serie di motivi (che trovate spiegati qui sotto), ho chiesto a Vitalski di farmi avere il resto della sceneggiatura in una volta sola, anziché affidarmi una pagina alla volta man mano che procedevo.
E così è venuto a galla quello che ho sempre sospettato: Vitalski non aveva un piano.
Forse a grandi linee, ma nessuna idea su come strutturare la storia o su come concluderla.
Tanto che mi ha chiesto idee per il finale
Chissà, forse apprezza il mio contributo creativo, o forse ha perso ogni fiducia nell'idea di partenza e non ha il timore di sfancularla con un finale poco adeguato.

Ha comunque raccolto i miei suggerimenti e la conclusione è accettabile e dentro i parametri dell'intero fumetto.
Per me è un gran divertimento e lavoro con grande entusiasmo alle chine delle ultime pagine.

La storia, se così sî può chiamare, è incerta: non c'è plot. L'umorismo stralunato e non c'è alcun investimento emotivo.
È pura dinamica, pura azione.

Per me è stato un gran divertimento lavorare senza riflettere troppo, gettarmi sulla tavola nel modo più veloce possibile: lavorare sul retro di fotocopie, cercando di non abbellire troppo i disegni, decidere la composizione delle ginette d'istinto e cercare di conservare il massimo dell'energia al momento del ripasso a china.

Vediamo come sarà il risultato finale, ormai mancano poche pagine (matite e lettering sono già finiti)
Sembra che sarò in grado di rispettare il deadline auto-imposto di maggio.

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Nel frattempo ho provato anche ad avviare una collaborazione con Lander, un ragazzo di Ghent, che ha ideato un imponente progetto fantascientifico durante un corso di sceneggiatura. Dopo alcuni primi timidi contatti abbiamo potuto incontrarci e parlare della sua idea.
È stata un po' una delusione.
Lander è un aspirante sceneggiatore cinematografico che ha "ripiegato" sui fumetti, riscoperti solo alcuni anni fa grazie a SIN CITY di Miller (opera che ho ridimensionato molto col tempo, anche se comprendo l'importanza di Miller nel panorama fumettistico mondiale e gli sarò eternamente grato per il suo libro-conversazione con Will Eisner) e la sua sceneggiatura mi è parsa troppo piena di difetti per credere nel progetto.

Come critico sono sicuramente troppo esigente e non posso escludere che le mie sceneggiature siano altrettanto difettose come quella di Lander
Ma almeno io credo nelle mie idee e sono disposto a lavorare ad un fumetto in cui credo anche sapendo di fare più errori che decisioni giuste.

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Si è poi fatto vivo Antonio Augugliaro, conoscenza dei lontani tempi (dieci annifa!) in cui lavoravo al Teatro Libero. Antonio è un filmmaker di base a Milano. Ho scoperto il suo canale Youtube temo fa, dove a volte carica alcuni dei suoi corti. Probabilmente stimolato da un "like" fatto ad uno dei suoi recenti video, mi ha contattato per sapere se volevo aiutarlo per un progetto.
Mi ha proposto di adattare a fumetti dei racconti al fine di realizzare unas erie di "motion comics" (una specie di evluzione degli antichi "fumetti in TV" di Supergulp).

Per ora si tratta di realizzare un test di 90 secondi, nella speranza che uno dei canali televisivi per cui lavora gli commissioni un pilota completo.

Anotnio mi ha lasciato carta bianca per l'adattamento, così nelle ultime due settimane ho scritto la mia prima sceneggiatura a fumetti "su commissione".

È stato un esercizio molto utile e persino divertente.
Per ora non posso dire altro.

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Infine, le mie scorribande sul Web mi hanno fatto scoprire tre ottimi siti sui Fumetti

Il sito di Steven Bissette, storico disegnatore di Swamp Thing durante il periodo Moore (o meglio ancora, il periodo Moore/Bissette/Totleben/Veitch), nonché creatore di Taboo, rivista seminale per l'evoluzione dei fumetti dnegli ultimi  trent'anni. Ricco di Spunti, links e saggi sul fumetto americano in genere

Conversazioni sul fumetto, forse l'unico sito serio sui fumetti in Italiano, che raccoglie l'eredità critica lasciata dalle (tante) defunte riviste antologiche come Eureka, Star Magazine, all American Comics, Comic Art.

Inkstuds
essenzialmente un podcast (ma con regolari post testuali o di immagini) dove Robin McConnell ha collezionato (e spero continuerà a collezionare) una serie incredibile di interviste con Autori di fumetti di primo e di secondo piano.

Wednesday, 13 February 2013

Certo che a volte son proprio figo


Adesso non so più come ci sono arrivato, ma mi serviva un diavolo.
Per la mia storia, intendo.
Mi occorreva una figura della mitologia animista Yoruba che potesse prendere il ruolo del diavolo.

In aassenza di biblioteche consultabili, ho dovuto fare affidamento su Internet.

La religione Yoruba non sembra avere un corrispettivo del Diavolo della tradizione giudaico cristiana.
La cosa che sembra andargli più vicino è Esu, che però sembra avere anche gli elementi del trickster
Una leggenda racconta di come attraversò un villaggio pitturato metà nero da un lato e metà bianco dall'altro, innescando così una faida tra gli abitanti delle parti opposte della strada, convinti da ogni lato di aver visto lo spirito nel suo unico colore.

Per me va benissimo (per sicurezza comunque gli metto in bocca le parole "Io non sono il DIAVOLO.")


La natura burlona di questo spirito (o Dio) Yoruba mi permette di associarlo ad una altro personaggio, IRKU il che funziona bene.

Perché mi sento figo?
Perché grazie a Eclettica di Giulio Caperdoni, che ne fa ascoltare degli estratti, scopro che ad Esu fa riferimento anche City of God, film che ha non pochi punti di contatto con il mio fumetto (e che adesso mi tocca a guardare per intero, dato che ne ho vista solo l'ultima mezz'ora).
E ne fa riferimento proprio come ad un diavolo per una scena di iniziazione che rischia di ricordare molto una sequenza del mio fumetto.








Wednesday, 6 February 2013

Parliamo di tecnica

Il problema quando si scrive una sceneggiatura a fumetti è sapere come tradurre un plot o una situazione in una sequenza di immagini fisse (con l'aggiunta o meno del dialogo).
E un'arte invisibile.
Quando il "decoupage", lo "smontaggio" di un'azione o di una sequenza è fatto bene, non si nota e si lascia leggere che è un piacere. Quando è fatto male la lettura diventa difficile e si é quasi tentati di mettere giù il fumetto.
Quando ci si cimenta in un soggetto per una storia lunga, si finisce per riagionare da scrittore di prosa. Si pensa alla struttura, ai personaggi, si lavora sul lungo termine, salvo poi impazzire cercando ci capire come "far stare" le proprie idee in un numero limitato di pagine o vignette (seppure il fumetto possieda una grandissima capacità di sintesi).
Per questo motivo sarebbe cosa buona fare rodaggio su storie brevi, in modo che ci si possa concentrare su ogni dettaglio che contribuisce al racconto senza perdere la visione d'insieme, proprio in virtù delle ridotte dimensioni narrative

 È essenziale imparare a ragionare per immagini.

Tempo fa ho partecipato a un workshop con Serge, che aveva escogitato (o ricopiato da qualcuno) un esercizio formidabile. Bisognava prendere un foglio, piegarlo in 8 e disegnare all'interno dei riquadri creati dalle piegature la propria giornata fino a quel momento. In questo modo, senza doversi preoccupare del soggetto, si cominciava a riagionare per immagini.
Ok, oggi, mi sono svegliato, ho fatto colazione, mi sono vestito, etc.
Si imparano due cose importanti in questo modo:

1) a scegliere un'immagine che ben racconta il momento. L'atto di svegliarsi è bene illustrato da una sveglia che suona o da una persona seduta sul letto che si stiracchia, mentre non lo è da un disegno di una persona nel letto semplicemente con gli occhi aperti.

2) Gli otto riquadri devono riflettere il tempo in qualche modo, e se la mia giornata l'ho passata principalmente in ufficio, ad esempio, devo essere in grado di trovare più vignette che raccontino la mia giornata in ufficio (anche se monotona). Insomma si impara a gestire il tempo.

La seconda parte dell'esercizio era ancora più interessante, bisognava scegliere due vignette consecutive tra quelle disegnate e su un nuovo foglio piegato in otto, disegnare cosa è avventuo TRA QUELLE DUE VIGNETTE. Così che oltre a imparare a gestire il tempo si comincia a ragionare su come gli eventi sono strutturati. Cause ed effetti. Come si può enfatizzare il dettaglio e la sfumatura. Allo stesso modo si capisce quando certe vignette sono inutili.

L'esercizio potrebbe procedere quasi all'infinito, arrivando a spezzettare in otto vignette azioni molto ravvicinate tra loro (quasi come se si facesse animazione).

Non solo: partendo dalle immagini create nel proprio esercizio si possono fare degli esperimenti, giustapponendo liberamente i disegni. Si scopre allora che l'aggiunta o meno di un dettaglio può fare l'assoluta differenza: suggerire pathos oppure produrre effetti comici per sottrazione.

Sono reduce dall rilettura di una sceneggiatura (piuttosto lunga) di un intero capitolo per un nuovo fumetto e mi sono accordo di aver scritto intere scene SENZA fare questi ragionamenti, ma piuttosto scrivendo il dialogo per poi spezzettarlo in diverse vignette. Anche ammettendo di essere dei bravi dialoghisti (e io non lo sono), non è il modo di procedere.

Certo, se sei Bendis te lo puoi permettere e cavartela comunque (si veda il suo Jinx), na bisognerebbe fare il decoupage prima, come se il fumetto fosse muto.
Il dialogo deve adattarsi alla sequenza come un guanto, punteggiare, ritmare la narrazione, ma non dominarla.

Anche quando la qualità del dialogo fa la differenza, il fumetto non è prosa con dei disegni messi lì a sostituire le parti descrittive tra i dialoghi (o, per usare un espressione che ho imparato da Umberto Eco, "l'istanza
dell'enunciazione").

Il fumetto è piuttosto narrazione visiva che si avvantaggia dell'uso dei testi per creare effetti drammatici.

Ovviamente questo non è un incoraggiamento a scrivere dialoghi poco memorabili.
Uno dei motivi per cui i fumetti sono stati spesso bistrattati è stata la mancanza di ambizione letteraria nel medium. Quando ben scritti (penso ad esempio a Moore e Gaiman) alcuni brani di dialogo o didascalia sono come grandi monologhi teatrali, o brani di musica per il cinema: capaci di sopravvivere benissimo al di fuori del loro contesto di origine.

Ma la scrittura del fumetto deve partire dalle immagini.