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Monday, 16 February 2015

The WIRE fan art

Just received the pre-press proof of my next book. and it looks like the link to this blog will be put in print.

Not that I expect an increase in traffic to this page, but keeping it up-to-date maybe isn't such a bad idea...

Unfortunately not much to post in terms of comics/animation-related content, so I've decided to share this work in progress.

If you have read some of my provious posts you know I really loved The Wire.

I feel kind of dual in regards to fan art. On one hand I find it a form of masturbation. A way to rub one's self into comforting and familiar feelings.

On the other hand I can't deny that some works greatly inspire our imagination and provide an entrance in to the realm of creativity.

As much as I have outgrown my passion for Star Wars or the superhero genre, I totally understand that some imaginary worlds and its inhabitants are simply too good and full of potential to be left alone.

And anyway, having a shot at portraying our favorite fictional characters is a way to exercise and train our skills, and that's always good.

So, here's a little rough for an upcoming pin-up of LT. DANIELS from David Simon and Ed Burns's The Wire.
I hope to finish this one soon...

Plus, soem sketches done using other characters as references (they don't look like much, gotta say)...



to conclude: online you can find a lot of Wire Fan art just by googling. Only a few honorable mentions for the following

Prezbo, Frank, Rhonda and Kima and by Greg Smallwood:








And two  nice caartoonish rendition of some characters by Paul Sizer and an unknown artis (respectively)




Wednesday, 27 January 2010

... and all the pieces matter.



Di questa serie TV ne ho già accennato in altri post, ma non posso trattenermi dal postare un intervento più lungo.

Guardate THE WIRE.

THE WIRE è una serie televisiva andata in onda sulla HBO dal 2002 al 2007, ora trasmessa in Italia sul canale satellitare Cult (dove credo che sia alla penultima stagione).
Credetemi se vi dico che è una delle cose migliori uscite negli ultimi anni. Attenti! Non una delle cose migliori viste in tv (in quel senso è semplicemente LA migliore), ma delle cose migliori punto.
Su questa serie è stato detto e scritto di tutto, anche da gente più qualificata di me: che è ai livelli di Dickens, che è forse il più grande romanzo americano degli ultimi quarant'anni, che sarà difficile eguagliarla etc.

Lo so, da anni oramai la televisione americana ci ha abituati a ottimi prodotti: Lost, Six Feet Under, Angels in America, i Soprano, The Shield, Battelstar Galactica, Dexter. Perché prestare orecchio all'ennesimo "consiglio per gli acquisti"? E chi ha il tempo di vedere tutta sta roba, poi?

Tutto vero. Ma proprio come i grandi libri (o i grandi film), THE WIRE è una di quelle esperienze che trasformano lo spettatore.
Ecco, questo una serie TV non lo aveva ancora fatto.
LOST, che adoro, intreccia una fittissima rete di rimandi alla filosofia, alla religione, al mito, alla letteratura e alla cultura pop (tra cui la stessa TV), ma resta tuttavia confinata nelle sue citazioni intertestuali e non pretende mai di essere più quel che è: un'ottima serie d'intrattenimento. Intelligente, ma sempre intrattenimento.
The WIRE non è l'ennesima serie "scritta da Dio". Da The Wire se ne esce inevitabilmente arricchti.

(sempre che abbiate voglia di guardare una serie TV che vi ricordi in che mondo viviamo. Altrimenti, terminate pure qui la lettura)

Io l'ho scoperta per caso, Alan Moore ne parlava in termini più che entusiastici in un'intervista a Entertainment Weekly. Mi sono incuriosito è ho visto un episodio. OK, ho pensato, non male.

Mi sono informato un po' scoprendo che THE WIRE è stata ideata da David Simon, che i vari articoli citano come il creatore di Homicide - Life on the Streets, e che si svolge a Baltimora, proprio come l'altra serie.
Io avevo un ottimo ricordo di Homicide. Era trasmessa "in chiaro" da Tele+, quando la pay tv viaggiava ancora in VHF. Era la mia serie poliziesca preferita. Così come ER aveva decostruito il modo di raccontare gli ospedali, Homicide mostrava la quotidianità della squadra omicidi di Baltimora con un nuovo realismo e attenzione per i personaggi. Ma era molto più cinica di ER; ricordo che la trovavo quasi ammorbante. Lo show era deprimente eppure non riuscivi a staccartene.

A essere sincero io ricordavo che Homicide portava il credit di Paul Attanasio, sceneggiatore dell'ottimo Donnie Brasco e Quiz Show, nonché ideatore assieme a David Shore del personaggio di House MD (1). Chi è questo David Simon, quindi?


David Simon è in realtà il giornalista autore del libro (un romanzo di non-fiction) Homicide: a year in the streets of killing, da cui la serie ha preso spunto.
Licenziato dal quotidiano Baltimore Sun a causa di tagli al personale (un tema, quello del declino della stampa molto caro a Simon e affrontato proprio in THE WIRE), l'ormai ex-cronista si è trasferito a Los Angeles per un po', accettando di lavorare come produttore (un termine che nella TV americana indica in realtà gli scrittori) per la serie tratta dal suo libro e scrivendo anche alcune sceneggiature per NYPD Blues.

Stanco però dei compromessi hollywoodiani (per lui la serie Homicide non era sufficentemente realistica, nonostante fosse fino a quel punto una delle meno concilianti mai fatte), ha proposto al canale HBO il copione di THE WIRE (in realtà ha prima realizzato un'altra minisiniserie tratta da un suo libro sullo spaccio di droga, The Corner, una specie di ideale prequel di THE WIRE).



Circa un anno fa mi sono messo alla ricerca di modelli di narrazione che sapessero raccontare il funzionamento delle cose.

Roberto Saviano, nei suoi articoli e in numerosi interventi, ha spesso raccontato come il cinema non abbia saputo quasi mai raccontare le mafie reali e il modo in cui esse influenzano non solo la vita delle famiglie mafiose ed eventualmente del territorio dove sono insediate, ma l'economia e la società nel loro insieme

Spesso, racconta Saviano, i classici del cinema gangsteristico come Il Padrino, Scarface, persino il più realistico e anti-romantico GoodFellas regalano un'epica che manca alla vera storia di mafia, finendo non tanto col restituire la realtà della criminalità organizzata ma, paradossalmente, coll'influenzarla creando modelli mitologici per quel mondo. Non è il cinema che guarda la mafia, ma sono i mafiosi a guardare i film.

Il film Gomorra (guarda caso tratto da un altro romanzo di non-fiction scritto da un giornalista) ha provato a riscrivere il cinema di mafia con approccio neo-realista drammatizzando efficacemente le pagine di Saviano, eppure le storie che ne emergono risultano come isolate, episodiche, casuali.

The WIRE invece riesce nell'esperimento di creare un grande romanzo e come per tanti grandi romanzi (Moby Dick, Il Signore degli Anelli, Il Nome della Rosa), bisogna superare lo scoglio delle prime 200 pagine. La serie mette immediatamente parecchia carne al fuoco: molti personaggi, relazioni complicate tra di loro. Non solo: se lo si vede in lingua originale sono d'obbligo i sottotitoli. Ed anche allora bisogna guardare e ascoltare attentamente: ogni mondo espolrato ha il suo slang, specialmente i pusher di colore usano un vernacolo di cui non viene dato alcun glossario ("got some chrome" vuol dire essere armati, "do you feel me?" al posto di "do you hear me?" e vai a capire al principio cosa sono i re-ups, i package, i connect), ma anche la polizia e i giornalisti spesso parlano in gergo tecnico.

Superato questo primo scoglio però, vi troverete catturati da una ricostruzione di lucidissimo realismo e profonda umanità.
Gran parte degli eventi raccontati prende spunto da eventi reali, ma il tutto è unito da una scrittura abilissima e controllata.

A partire dal quinto episodio ero in trappola. THE WIRE è una serie che crea dipendenza (lo ha praticamente ammesso ogni giornalista o scrittore che sia stato interrogato al riguardo)

Il pool di autori, che comprende romanzieri, giornalisti o ex-poliziotti che vantano poche collaborazioni con il cinema o la TV, ha costruito un intreccio narrativo vastissimo, ma di cui non si perde un filo.
Buona parte dei trucchi spesso usati in TV (le rivelazioni bomba, i flashback esplicativi, i misteri da libro giallo, il cliffhanger) sono evitati con attenzione.
La serie non fa uso di musica, se si esclude la canzone sui titoli di testa e alcuni rari montaggi fatti sempre usando pezzi pre-esistenti.

Il cast è composto da caratteristi sconosciuti (solo Dominic West e Lance Reddick potrebbero essere noti al pubblico più grande per ruoli in Punisher: War Zone, Fringe, Lost o 300), ma tutti di primissimo livello. In particolare André Royo ci regala un personaggio, il tossico Bubbles, che oso definire il più toccante, umano e carismatico che si sia mai visto sui teleschermi.

Da principio THE WIRE può essere scambiato per un "cop show", alla stregua di Hill Street Blues: nella prima serie ci si concentra sull'indagine condotta da un'unità speciale investigativa nel tentativo di incastrare un locale signore della droga, ma osservando i parallelismi tra le forze dell'ordine e il crimine organizzato, si capisce che THE WIRE è più un commento alla società che non la storia di un'inchiesta.

Stagione dopo stagione lo sguardo si allarga verso ulteriori aspetti della città (i sindacati dei lavoratori portuali, le connessioni con i traffici internazionali, la politica cittadina, la corruzione, le speculazioni edilizie, il riciclaggio, il sistema scolastico, i media) ed è questa la cosa miracolosa della serie: il fatto che riesca a esplorare di fatto il capitalismo post-industriale usando come "filo conduttore" il traffico e lo spaccio di droga, ma tenendo d'occhio ogni livello.
In THE WIRE abbiamo una vero spaccato di tutti gli strati della città: dai tossici, ai piccoli pusher, ai capi clan fino ai politici (di alto o basso livello), passando attraverso la vita di semplici cittadini, insegnanti, giornalisti e poliziotti.
E tutto questo seguendo un plot a prova di bomba, vasto ma non dispersivo.



Con l'eccezione dell'ultima stagione di Lost che debutterà a giorni, oso dire che proabilmente non vedrò più un'altra serie TV

Eccessivo? Forse, ma dopo avere aperto gli occhi grazie a questo capolavoro, perdere tempo con l'ennesima serie "scritta da Dio" ma assolutamente irrilevante sarebbe come tornare in The Matrix dopo aver preso al pillola rossa.

(Ma non credete mai a un tossico quando dice che vuole smettere: David Simon sta preparando intanto Tremé, sulla New Orleans post-uragano, e sapere che due degli attori di The WIRE tornano come protagonisti, devo ammettere, mi tenta).

Sinceramente sono sorpreso che una serie del genere sia arrivata in Italia. Quello che mi fa un po' rabbia è sapere che questo format potrebbe, anzi DOVREBBE essere esportato proprio da noi. Genova, Caserta, Bari potrebbero essere benissimo teatro di un esperimento del genere.

Ma sperare che un prodotto di uguale realismo possa essere finanziato e distribuito nel paese di Berlusconi, Mastella, Cuffaro e Bruno Vespa è più fantascienza di Avatar.



(1) In realtà, lo show runner di Homicide era Tom Fontana, Attanasio era uno degli scrittori dell'episodio pilota, seppure i titoli di tsta dello show lo riportavano come il creatore della serie...


Thursday, 17 September 2009

17 Settembre


Negli ultimi mesi, nelle lunghe ore che passo in macchina spostandomi tra casa e lavoro, sto organizzando molte delle mie idee su alcuni massimi sistemi come la politica e la narrazione.

Fortuna che in mio soccorso, perché è facile impantanarsi nelle paludi ideologiche o lasciarsi portare via da correnti di luoghi comuni, ci sono teste del calibro di Marco Travaglio, Daniele Luttazzi, David Simon o Alan Moore.

Credo di starmi fianlmente formando un punto di vista politico e forse addiruttura una "poetica", che spero possano riflettersi in un progetto che piano piano prende forma nella mia testa.
Ho sempre avuto opinioni, anche politiche. Talvolta anche molto nette, ma mai uno sguardo, come dire, organizzato sul mondo. Una weltanschauung. O perlomeno, non l’ho più avuto da quando ho scelto di abbandonare i dogmi religiosi che prima accettavo.

Do molti pensieri alla situazione e al destino del Bel Paese, ovviamente. Ne sono forse un po’ ossiessionato, ma credo che la ragione sia che lo amo ancora e che non riesco a fregarmene.
Non so, forse parlare di “amore” è sbagliato. “Ossessione” va meglio. Forse se lo amassi veramente non sarei solo preoccupato delle sorti del paese ma farei anche qualcosa.

Comunque, venendo a quello che volevo dire oggi: questo articolo di Giorgio Bocca mi ha colpito perché riesce a sintetizzare bene come l'Italia sia passata (e come facilmente anche altri paesi potrenno passare) da una democrazia sostanziale (seppur affetta da una classe politica inadeguata, a volte incapace e spesso diseonesta) ad una democrazia solo apparente.

Certo, resta la Costituzione, ma credo che lo sforzo necessario per risalire la china sarà sovrumano. Anche alla luce della Costituzione.

Una frase di Daniele Luttazzi mi ha colpito, è tratta dalla presentazione del suo ultimo libro: “la popolarità si sostituisce alla legittimazione”.

Io voglio sperare che persino la maggiornaza che è stata fin'ora capace di votare Berlusconi (una maggioranza relativa, non va dimenticato) lo abbia comunque fatto sapendo, anche solo inconsciamente, che il sistema democratico stesso l'avrebbe tutelata.
In altre parole, non credo che molti abbiano votato Berlusconi delegandogli pieni poteri.

È una delle garanzie dei sistemi democratici: ogni 4,5 o 6 anni si consultano i cittadini per sapere a chi volgiono dare il potere.
Questo, certamente, non ha impedito l'ascesa di personaggi dalle totalitaristiche ambizioni che una volta al potere hanno sfruttato la loro popolarità per ribaltare le regole democratiche e auto proclamarsi "imperatori", tuttavia se gli stessi candidati avessero annunciato sin da principio le loro intenzioni non avrebbero goduto di altrettanto consenso.

Noi non presteremmo la nostra macchina a chiunque, né daremmo i nostri figli in mano a sconosciuti, giusto?
Eppure lo facciamo, alle volte diamo le chiavi della nostra auto a sconosciuti o lasciamo i nostri figli in custodia a gente che non abbiamo mai visto.
Recandomi in un ristorante di lusso sono ben lieto di lasciare che il parcheggiatore sistemi la mia auto per me, così come, una volta accertata la bontà di un istituto mi rimetto al giudizio della sua presidenza sulla sceltadei professori che insegneranno matematica a mio figlio, giusto?

Non solo perché ritengo che il preside della scuola o il proprietario del ristorante abbiano fatto le oopportune selezioni per il loro personale, ma anche perché se dovessi essere insoddisfatto del servizio (la mia amacchina mi é restituita con una fregiatura o mio figlio mi racconta che il porfessore è sempre assente) potrò sempre decidere di non andare più al tal ristorante o di cambiare scuola.

E se il parcheggiatore dovesse rivelarsi un ladro d'auto o il professore un pedofilo, so che la struttura sarà punibile.

Diversamente, se un amico dovesse chiedermi un'auto per un favore privato, ecco che giustamente mi pongo qualche scrupolo in più. Se il mio migliore amico ha appena avuto al propria auto confiscata per eccesso di velocità in stato di ebrbrezza, ecco, forse al mia auto non gliela presto. Allo stesso modo scrutinerò attentamente il curriculum di una potenziale baby sitter chiedendo referenze o persino certicficato penale prima di lasciarla sola con i miei figli.

Godere della temporanea fiducia di un elettore non vuol dire aver il permesso di fare tutto, anzi: vuol dire eseguire attentamente quanto è da noi richiesto nel rispetto di quelle regole grazie alle quali l'elettore si è sentito fiducioso nell'eleggermi.

Mi pare un discorso ovvio, ma persino l'ovvio è oggi materia di dibattito.